Il testo che segue è tratto dalle pagine 5-12 di Sotto una montagna di paure e di ambizioni
Appartengo alla generazione di coloro per i quali non c’è stato un tempo “prima del Concilio”.
Sono nato un mese prima dell’inizio del Vaticano II, e quando ero in grado di comprendere qualcosa di un rito liturgico, quel rito era già quello nuovo, quello in italiano.
I vaghi ricordi che ho dell’uso del latino nella liturgia sono legati al fatto che quando la riforma fu attuata i fedeli dovevano imparare a recitare le parti di loro competenza in italiano; così, quando dormivo con mia nonna Maria nel lettone della bellissima e vecchissima casa di Sommacampagna con i pavimenti di assi e grossolani mattoni rossi, cercavamo insieme, finito di recitare le preghiere serali, di imparare a memoria il Credo, che ovviamente io non avevo mai conosciuto nella versione latina, come neppure avevo conosciuto il Pater Noster e l’Ave Maria.
Della chiesa monumentale di Sommacampagna ricordo la balaustra in ferro che separava il presbiterio dalla navata e la proibizione di salire i tre scalini che davano accesso a quella misteriosa zona; ma la Comunione, fin dalla Prima in elegante completo blu il primo maggio del 1970, l’ho sempre fatta in piedi, come concesso dalla nuova liturgia (le sole volte in cui mi accadde di farla in ginocchio davanti alla balaustra sarebbero avvenute più di dieci anni dopo, nell’inverno 1981 a Bologna quando frequentavo il primo anno di università andando su e giù sulla disastrata linea Verona – Bologna con il treno delle 6.20 che quando arrivava in orario, cioè quasi mai, mi lasciava un’ora e mezza vuota prima che iniziasse la prima lezione. Invece che andare al bar, dove non andavo mai, talvolta andavo alla Messa delle otto in una chiesa seminascosta nei portici di Viale Indipendenza, dove scoprii che ancora si rispettava il tradizionale rito della comunione in ginocchio alla balaustra: per me una novità assoluta, quasi una riforma all’indietro).
Torniamo all’infanzia. Intorno agli otto anni giocavo con i miei cugini a celebrare la Messa usando i messalini che circolavano in ogni buona casa cattolica, e intorno ai dieci anni presenziavo a liturgie domestiche (autentiche) che nella grande sala della mia casa riunivano decine di parrocchiani e il parroco: si trattava dei primi esperimenti di celebrazione nelle case secondo il modello dei primi cristiani, una prassi impensabile anche solo cinque anni prima; oggi del tutto tramontata, ma a quel tempo per me tanto ordinaria quanto andare a Sotto il monte a visitare la casa di papa Giovanni o al santuario della Madonna di Lourdes sulle Torricelle a rifornirci di rosari fosforescenti bianchi, rosa e azzurri con cui giocare al buio, o avere in casa madonnine di diversa misura piene di acqua santa dei più diversi luoghi mariani.
Fin da piccolo sono dunque stato esposto a una duplice, irriducibile concussione: quella dell’innovazione postconciliare da una parte; quella della conservazione dall’altra.
Questa duplice, micidiale pressione, non veniva solo dalla chiesa: veniva dalla scuola, dove alle maestre fasciste si alternavano quelle progressiste; veniva dalla famiglia, dove al lassismo educativo si accompagnava un rigido controllo sul linguaggio; veniva dalla cultura comune, dove la morale si barcamenava fra innovative concessioni e rigori vittoriani.
Ma nessuna di queste due pressioni (l’ho capito ovviamente solo dopo essere diventato adulto) aveva della realtà una visione razionale, nel senso che si ponesse almeno il problema di riflettere sulle proprie affermazioni. Si trattava di prese di posizione dogmatiche, ideologiche, acritiche, inconciliabili.
Mancavano i fondamenti, mancava il pensiero e, di conseguenza, mancavano le sfumature, la capacità e la volontà di accettare la complessità del reale. Mancava l’umorismo, la capacità di ridere di sé, ma anche di ridere dell’altro.
L’atmosfera era greve e la sopravvivenza sembrava legata al rispetto di banali regole.
Fra gli ultimi anni ’60 e i primi anni ’70 i miei genitori tornavano a casa da Jesolo per votare in una delle frequentissime tornate elettorali. Si sobbarcavano uno scomodo viaggio di due ore (code escluse, che non mancavano mai) non propriamente per votare, ma “per salvare l’Italia dai comunisti”: nella loro percezione non era in gioco l’esercizio della democrazia, ma la sua stessa sopravvivenza.
In verità, non ero mai stato informato sul fatto che c’era anche il rischio che i comunisti, qualora avessero vinto, mi avrebbero mangiato, ma era dogma certo che noi borghesi (parola ovviamente a me ignota) saremmo sprofondati nella più nera miseria, fame, carestia.
Anche le questioni morali erano complicate.
Capitava, andando al cinema col papà o guardando la televisione con la mamma (Capodistria), di vedere fuggevoli scene di nudo (accennato, si intende, più spesso alluso). I genitori facevano finta di far finta di niente, ma era chiaro che erano imbarazzati quanto noi. Si chiedevano in diretta fra sé e sé cosa fosse meglio fare in tali frangenti e non sapevano se spegnere la TV rivelando l’immoralità della cosa alle nostre menti innocenti (?) o fare, appunto, finta di niente. Il fatto è che, per quanto fossimo abbastanza piccoli, non ci sfuggiva la complessa scabrosità della situazione manifestata proprio dal loro stesso imbarazzo. E soffrivamo per loro.
Forse ci furono dei tentativi di introdurci ai misteri del sesso, ma dovettero essere così penosi che li ho totalmente rimossi e non intendo fare alcuno sforzo per farli riemergere.
Delle polluzioni ci informò il prete del catechismo di prima media, lasciandomi in un certo sconcerto.
Dell’esistenza degli omosessuali ci rese edotti il prete insegnante di religione di seconda media, quando venne ucciso Pasolini (“un porco”).
Sul piano sociale, della sacrosanta giustizia degli espropri proletari ci convinse la professoressa di italiano quando vennero occupate le Case Mazzi proprio di fronte alle finestre della nostra classe alle scuole medie Aldo Fedeli (la professoressa Clementi le spalancò e cominciò ad acclamare ai rivoltosi sventolando la sua fedele sciarpa rossa. La professoressa Clementi, peraltro, era una profe straordinaria). Ma a casa mia, lo sciopero garantito dalla Costituzione era ritenuto una forma di adesione a perverse rivendicazioni comuniste (“i cristiani non scioperano!” era lo slogan di mio papà).
Una sera, passando in 500 con lo zio Giancarlo accanto a una scuola vedemmo due ragazzi (un ragazzo e una ragazza…) che si baciavano seduti sul muretto. Lo zio Giancarlo disse alla zia Rosetta: “Sono gli autonomi.” Ne dedussi che il carattere identificativo degli autonomi era che si baciavano in pubblico...
Quando il maestro Faccioli, invitato a casa nostra probabilmente per ammorbidirlo in vista del terribile esame finale di organo, vide una batteria allestita nella Cantinetta, storse tutto ciò che di un volto si può distorcere e, guardando al cielo, disse: “C’è la musica!”, e poi, additando tristemente alla batteria: “E le barzellette...”
Don Valentino Donella e don Alberto Turco ci inculcavano il dogma del canto gregoriano “al modo dei benedettini di Solesmes”, perché ogni altro modo (a noi peraltro del tutto ignoto) era un’aberrazione, seconda solo al suono delle chitarre.
D’altra parte mio papà frequentava un gruppo religioso nel quale i canti si interpretavano accompagnandoli con la chitarra (“perché nei salmi si parla delle chitarre e non dell’organo”) e a dodici anni io e mio cugino Luca imparammo a suonare la chitarra che un amico di mio papà aveva portato al mare, sebbene per sei interminabili anni, insieme a mia sorella e ai miei cugini, avrei trascorso i sabato pomeriggio alla Scuola Diocesana di Musica Sacra Santa Cecilia in vista di diventare organista liturgico: un luogo di tale rigore a confronto del quale il Conservatorio era una scuoletta.
A casa mia era così ovvio che certe cose andassero fatte, che non metteva neppure conto di discuterle: fra queste, oltre all’andare a scuola, a Messa, al catechismo e al non dire le parolacce, c’era anche frequentare la scuola per diventare organista.
La cosa non mi piaceva, non mi interessava e mi riusciva piuttosto male, ma mai mi venne in mente di chiedere di non andarci più: era il mio dovere, ed era pacifico che lo dovevo fare. Questa convinzione non mi veniva da uno specifico desiderio espresso dai miei genitori ai quali, in fin dei conti, della mia carriera musicale interessava poco: era una convinzione che avevo elaborato da solo, connessa all’idea che i comandamenti degli adulti avevano una ragione necessaria e, quindi, dovevano avere delle motivazioni che magari a me sfuggivano.
Con grande noia e sforzo suonavo ogni giorno per due ore il pianoforte, poi l’organo; solfeggiavo, studiavo (poco) la teoria, la direzione di coro, l’armonia, il gregoriano. Quando a diciassette anni finalmente mi diplomai in organo liturgico, dal giorno dopo smisi di suonarlo, se non per svolgere il routinario compito di accompagnare i canti alla Messa delle nove, parrocchia di Borgonuovo.
Più interessante, più simile a ciò che mi pareva di essere, era suonare la chitarra e cantare le lodi alle Messe mattutine del gruppo della Casetta al Liceo Galilei e alle Messe dei ragazzi della parrocchia di Santa Maria Immacolata dove andavo anche agli incontri degli adolescenti, gestiti da un sorprendente prete ultraortodosso misteriosamente capace di concedere spazio al pensiero giovane, disponibile al confronto, intrigante nel farci ascoltare le canzoni di De André per conoscere “uno che cerca”.
In quella parrocchia, ricordo, si organizzavano interessanti cineforum, nei quali ancora c’era il dibattito finale, e conferenze stupefacenti in cui si invocava l’iscrizione all’indice dei libri proibiti di esangui libri di Moravia (che infatti ci finì) dei quali il moralistico relatore leggeva ampi stralci grondanti parolacce che io mai avrei osato pronunciare, neanche fra me e me (e ne ricavai l’impressione che, in fondo, ci provasse gusto). Il nostro caro curato don Enzo (che di lì ad alcuni anni, fedele alla sua visione rigorosa, chiese di essere trasferito in luoghi periferici quando venne introdotto l’uso “blasfemo” di dare la particola nelle mani dei fedeli) se talvolta andava un po’ oltre le righe era solo quando sparava ai piccioni che sporcavano la chiesa (ma poi se li mangiava, per coerenza).
La coerenza, appunto, era fondamentale.
Il fatto è che io di coerenze ne avevo due: una ortodossa e una eretica. Allo scoccare dei sedici anni, mentre coerentemente continuavo ad andare in chiesa, non dire le parolacce, non fumare e cercare di non prendere brutti voti a scuola, con la stessa intensità di coerenza iniziai una campagna di contestazione metodica non contro il preconciliarismo o il postconciliarismo, ma contro la prassi a entrambi comune di spacciare opinioni per dogmi e di sostenere che i dogmi si devono prendere per buoni senza discuterli.
La parte destruens della mia rivolta procedeva di pari passo con quella construens.
Iniziai leggendo i vangeli, poi il catechismo dei giovani, poi i documenti del Vaticano II: non li leggevo per fondare la mia fede, ma per rinfacciarli a qualcuno. Non ero ovviamente in grado di comprendere pienamente gli aspetti teologici, ecclesiologici e liturgici delle questioni, ma il senso di fondo emergeva ad ogni pagina: non era chiaro come, ma si doveva agire, cambiare, aggiornare. Per un giovane dotato di discreta intelligenza, lingua sciolta e una certa tendenza a fare il bastian contrario era un invito a nozze. Peccato che a sedici anni non si possa cambiare: si è appena diventati, provvisoriamente, quello che si è: come si potrebbe mutarsi? I cambiamenti, dunque, dovevano avvenire fuori, e in quegli anni settanta, infatti, colpevole di tutto divenne La Società. Che altro poi non era che il brodo in cui bollivamo e che noi stessi contribuivamo a rendere saporoso.
Come molti ragazzi anch’io ce l’avevo, confusamente, con me stesso; ma non potendomela prendere con me, me la prendevo anch’io con La Società, ed ero in buona compagnia.
Quello che in effetti mi mancava, a me come a quasi tutti gli altri, era la conoscenza. Ero avido di dibattiti, di visioni, di punti di vista fondati e fondanti. Ma che difficile averne! Dopo un po’ mi accorgevo che, scava scava, venivano a galla le solite cose: interessi, fissazioni, dogmi, contrapposizioni, moralismi, paure, giochetti.
La scuola non ci aiutava molto. Dal punto di vista dello studio il Liceo è stata soprattutto una perdita di tempo, il tempo che la noia del latino e della matematica sottraeva al bisogno imperioso di stare con gli amici, di giocare a tennis, calcio e subbuteo.
L’atmosfera, intanto, si incupiva. La paura nucleare aveva lasciato il posto alla vaga tensione del terrorismo, alla crisi economica che non colpiva la mia famiglia benestante ma si percepiva come una coperta sempre più spessa dopo i giorni goliardici dell’Austerity. Stranamore di Vecchioni mi faceva star male: credo che raramente altre canzoni abbiano incarnato una sensazione così forte in un preciso momento della mia vita.
Ma io tutte queste cose me le masticavo dentro, in un’adolescenza straziata fra esaltazioni e baratri, nascosta e involuta.
In questo baluginante caos, noi in chiesa cantavamo i canti del libretto diocesano Canto & Vita, anch’essi inconsapevoli, caotici, assurdi, contraddittori: in una parola, giovani.
Era il 1979.